Quoque tu: Die Hard – Un buon giorno per morire

marzo 4, 2013 in A.MOvie

A good day to die hard

Die Hard – Un buon giorno per morire è l’ultimo film della saga di John McClane, uscito nelle sale italiane il 14 febbraio, giusto in tempo per le effusioni valentinesche che ben si sposano con questo tipo di saga (per chi non avesse capito l’ironia, trovate facilmente la mia mail sul sito). Io sono andata a vederlo il 15 febbraio e, inutile dirlo, carichissima di aspettative. Non vedevo l’ora di vedere il mio adorato Bruce in canottiera tutto sporco di polvere e sangue, il quale avrebbe provocato esplosioni con l’arsenale nemico, fermato elicotteri con macchine lanciate verso la seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino, e soprattutto ingurgitare aspirine tuonando epicamente “Yippie-kay-yay Motherfucker!”. Non paga, ho costretto l’altra metà della mela a venire con me, corrompendolo come meglio potevo e cercando di ignorare le sue vigorose proteste. In compenso, il nostro carissimo Reb (Il Cavaliere di Berzelius), o per l’occasione soprannominato sobriamente “John McReb“, mi ha accompagnato fisicamente e moralmente, dandomi ogni tanto un buffetto sulla spalla per controllare le mie condizioni vitali. E vi assicuro, ad un certo punto sono state critiche.
Ma senza divagare oltre e per facilitarvi la visione di me in quel freddo venerdì di febbraio, cercherò di utilizzare l’efficace metodo della suggestione. E’ Natale, un salone è decorato con gli addobbi della festa: l’albero è ricco di luci e colori, in un camino scoppietta allegra una fiamma mentre la nonna seduta in poltrona fa una calza ai ferri. Un labrador e un micione dormono paciosi e pacifici mentre io osservo con avidità i regali sotto l’albero. Li sotto c’è lui, IL regalo: dentro un pacco verde si nasconde l’agognato castello Lego, desiderato e già studiato nei minimi particolari. Ne hai già altri come lui, ma l’emozione è la stessa, ti sembra già di sentire gli spigoli tra i polpastrelli. E’ Natale e mancano pochi minuti a mezzanotte. Fermo qui la suggestione per parlare della trama, credo di aver creato il giusto ambient.
John McClane non è mai stato un padre modello, nè per la figlia, nè per il figlio. Ma quando quest’ultimo viene arrestato in Russia, senza perdere tempo vola a Mosca per cercare di scarcerarlo. Il soggiorno russo si rivelerà essere più travagliato del previsto, in puro stile McClane.
Se nel quarto film abbiamo fatto conoscenza della figlia Lucy, nel quinto capitolo ci troviamo faccia a faccia con McClane Jr, che da qui in avanti io chiamerò il “pupazzone”. Non ho niente di personale contro Jai Courtney, ma ho visto action figures cinesi molto più espressive. Il fatto di poter studiare anatomia grazie alla definizione dei suoi deltoidi non lo ha salvato dalla famosa “Sindrome di Kristen Stewart”.

Ciù is mei che uan!

Ciù is mei che uan!

Voglio togliermi subito il dente: la sceneggiatura di questo film sembra essere scritta da qualcuno che abbia prematurato a sinistra come se fosse antani. Poi vai a controllare meglio, perchè pensando di avere un minimo di autocritica lasci che il dubbio di aver valutato male la situazione ti assalga. Ma alla fine ti accorgi che lo sceneggiature è lo stesso del film sull’A-Team e, allora, cominci a spiegarti tante cose. Soprattutto tutte quelle che fisicamente non hanno una spiegazione logica per la nostra dimensione spazio-temporale (per chi se lo fosse perso, quello di cui parlo si trova esattamente QUI). E non mi riferisco alla presenza del pupazzone, quella si può sopportare giusto perchè te lo presentano subito come il figlio di McClane, e quindi sei portato istintivamente a dargli per lo meno il beneficio del dubbio. Quello che salta di più all’occhio è il gas ammazza radiazioni. A Chernobyl. Non vado oltre, potrei  rimanerne segnata a vita come il piccolo Danny dopo l’approfondito conoscenza dei corridoi dell’Overlook Hotel.
Figlia di una sceneggiatura che non si meriterebbe nemmeno la lettura sul trono del potere, è la totale mancanza di un cattivo decente: dimenticatevi Alan Rickman o Jeremy Irons, a meno di un mese dalla visione ho scordato persino che attore fosse. Probabilmente la caratterizzazione dell’antagonista è andata persa a favore dell’ingaggio dell’unico personaggio femminile del film. Il quale ti fa intravedere per pochi secondi il fisico perfetto, per poi fartene dimenticare per sempre, come se fosse stata una fugace apparizione. Niente tette per intenderci.
Ma la lettera scarlatta che marchia indelebilmente questo film, è il fatto di aver messo un supercattivocazzuto, il quale a petto nudo nella notte ucraina riesce a deviare le radiazioni di Chernobyl a colpi di bad epicness… per poi morire come un coglione. Senza nemmeno aver lottato con Bruce o con il pupazzone. Sei lì che sbavi pensando a quanto se ne sarebbero suonate, quando ad un certo punto questo gigante di muscoli e cattiveria muore facendo la fine del topo. Nemmeno l’elicottero messo fuori uso dall’ennesimo autoveicolo riuscirà a tirarvi su di morale. Fidatevi.

Ma parliamo dei punti forti di questo film:
- C’è Bruce Willis, credibilissimo in ogni scena. Invecchiato (gli danno del nonno praticamente da subito), ma che continua a suonarle come un carpentiere sottopagato in piena estate. Questa volta non è canottiera-munito, ma indossa una maglietta a maniche corte per coprire le decenze e la panzetta. Ma a lui tutto è permesso e inoltre “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.
- L’inseguimento iniziale non è altro che una succursale di Driving in Russia: non si sa esattamente quante macchine siano state maltrattate e mandate nel paradiso delle auto in quegli intensi minuti, però ho avvertito la macabra soddisfazione di aver sentito tantissimi CRASH BUM SBRADANG, in un’orgia di lamiere e specchietti laterali pari solo ai Blues Brothers.
- Esplodono un sacco di cose. E per chi abbia seguito un poco le mie recensioni, saprà che a me le cose che esplodono piacciono un sacco.

Tutto questo salverà il film? Lascio la parola a Bruce:

"Bella cazzata!"

“Bella cazzata!”

Torniamo quindi all’idilliaca suggestione di cui parlavo nell’incipit dell’articolo: è Natale e mancano pochi minuti alla mezzanotte. A causa di una carbonella del camino, i pacchi regali prendono fuoco; anche l’albero prende fuoco e con una fiammata mi fa svampare le sopracciglia; la nonna sulla poltrona per lo spavento lancia i ferri crocifiggendo il gatto; il cane nella follia generale impazzisce ed azzanna i regali (in fiamme), lanciandoli sugli altri arredi della sala (che vanno in fiamme). In tutto questo intravedo tra la carta verde smeraldo lucida del mio desideratissimo regalo, la scatola di un castello Lego, il MIO castello Lego. Dopo la fiammante esperienza, quei mattoncini colorati potranno al massimo essere utilizzati come mattoni del Jenga o come cubo di Rubik afflitto da problemi di logica.
Ecco, questa è stata l’esatta sensazione che ho provato quando il film è finito e si sono riaccese le luci in sala. Bruce è Bruce, ma da solo questa volta non basta. Ecco perché ci ho messo due settimane per raccogliere il coraggio e raggruppare le poche idee e ben confuse per scrivere questa recensione. Ridatemi Die Hard e tenetevi il pupazzone: ve lo chiedo in ginocchio, in memoria del mio suggestivo e inventato castello Lego andato in fumo.

Scheda tecnica su IMDb

Stay tuned!