Dannazione di Chuck Palahniuk – Cronaca di una recensione postuma

marzo 9, 2013 in Books, Io l'ho letto

palahniuk

Dannazione
Chuck Palahniuk

Mondadori / Strade blu
pagine 250
€ 10.00

 

Torino. 2 anni fa. Feltrinelli Ottogallery. Una ragazza si avvicina a quello che parrebbe essere il suo ragazzo.
“Tesoro, guarda! L’ultimo libro di Chunk Palaciunk! Io ADORO Chunk Palaciunk, ocomecazzosichiamalui!”
Il ragazzo distoglie lo sguardo dalla desolazione stilistica creata dalla Meyer con aria di sufficienza. Lo sguardo classico di chi ha visto tutto nella vita e irritato mostra il mondo ad una giovane Padawan di primo pelo. “Non ora tesoro. Hai tutte le edizioni in formato economico. Stonerebbe col resto della tua biblioteca. Lo prenderai a tempo debito.”
“Ok”,  risponde la giovane, non molto convinta del ragionamento  ”forse… hai ragione.” Posa il libro sullo scaffale, ancora non cosciente del fatto che qualche anno più tardi gli avrebbe dato ragione, visto il libro. E che, soprattutto, era una delle ultime volte che gli avrebbe dato ragione così velocemente.

Torino, giorni nostri. Girovagando per la libreria al 45 Nord incappo in “Dannazione” di Palahniuk. Essendo una fan sfegatata della sua scrittura visionaria e del suo cinismo comico allucinato,e soprattutto, essendo riuscita finalmente dopo anni a pronunciare correttamente il suo nome, non riesco a non trattenere un gridolino di gioia simile a quello che potrebbe emettere un’adolescente trovando un paio di ciabatte muffite probabilmente indossate da Justino Bieberon durante la sua ultima trasferta in Italia.

Chiedo a mio marito ” Posso?” mentre con gli occhi esprimo un – VOGLIO!-  Libro scontato del 25%. Da 10 euri a 7,50 euri.

Il piccolo tesoro viene a casa con mamma. La gioia incommensurabile nata dall’ aver trovato l’ultima fatica dell’ultimo genio letterario americano dell’ultima annata valida di scrittori (dovevo ultimare gli “ultimi” utilizzabili da copione, scusate….) è tanta e tale che comincio a leggere in macchina, noncurante dei sorpassi affettati della mia dolce metà.

“Com’è?”
“Carino, devo dire. Estremamente scorrevole. Direi quasi…. Leggero!”

(Campanello d’allarme. L’ultima volta che ho definito “leggero” un libro mi trovavo di fronte a Twilight in tempi non sospetti. Prima ancora erano Le cronache di Narnia. In pratica la terminologia “leggero” per me rasenta il significato di “vanesio” o ancor meglio “infantile”, o ancora “inutile”)

Ma ora passiamo alla recensione.

La storia è pressoché la seguente.

Madison, una giovanissima tredicenne dai lustri natali pailettati, si ritrova magicamente all’ Inferno, per motivi che non conosce, se non una improbabile overdose di marjuana, esattamente come improbabili sono i suoi baby-sitters/cerberi infernali, prelevati direttamente dal cast dei Goonies, e prontamente riadattato all’occorrenza: la fighetta cheerleader, il bifolco quarterback, il punk (no,aspetta, quello nei Goonies non c’era…) e il secchione.

La fanciulla non ancora entrata nell’inferno della vita post-menarca (cosa che ricorda ogni 2 per 3 manco fossimo alla svendita del pecorino alla fiera di Maggio Formaggio), affronta questo viaggio abissale alla scoperta di se stessa, delle cause della sua morte, e soprattutto a cercare di capire come sopravvivere a questo inferno ( ca va sans dire), che ricorda molto la quotidiana routine cui siamo sottoposti ( senza considerare ovviamente i fiumi di sperma rancido, le colline di unghie smangiassate e le monti di forfora, cui non siamo ovviamente avvezzi)

Ok. Questa è la trama. Fin qui nulla di nuovo. E nessun spoiler.

Ora passiamo alla critica. Che si dividerà in due fasi distinte.
Prima fase:
si interpreta chiaramente che l’autore vuole far emergere il disagio giovanile, la situazione mortale data dal far parte di una società precostituita dove chi è affetto da malattie terminali o disagi mentali è suo malgrado reietto inquanto pericolosamente vicino alla morte, e visto che la morte fa paura ecco che ci si restringe in un circolo vizioso  per cui alla fine, grazie al classico stereotipo americano, siamo tutti vittime di un sistema che ci porta a non godere della vita per tutti i suoi lati, ma a lottare contro una fine preannunciata utilizzando chirurgia estetica d’avanguardia, botox, pane di segale e qualsiasi cosa sia in grado di farci lottare contro il tempo. Al contempo siamo alle prese col dualismo scaturito dall’ avanguardismo e dal tentativo fatiscente di salvaguardare il nostro mondo, il  che realizza un costrutto decadente e incoerente in cui si riflette la nostra società, ormai sgretolata e priva di un qualsiasi riferimento sano e fermo, in grado di darci un appiglio, una base su cui lavorare seriamente per migliorarci – ma in fondo a che serve? siamo comunque alla frutta, e se alla frutta non basta, siamo all’amaro del capo- e altro bla bla bla critico senza posa.

Seconda fase:

CHUCK, CHE CAXXO TI E’ SUCCESSO? Dimmi che non avevi voglia di scrivere , e hai preso un romanzo che avevi steso al college!

Il plot si scova in tempo zero, i personaggi restano in cerca di autore, manca la tua solita verve.
E’ un inferno senza inferno, c’è horror a tratti ma senza sfogo da panico in corsia… è come mangiare una torta alla crema, ma senza crema. Ipocalorica. Praticamente fatta di budino di soja senza grassi idrogenati.
Con tutto che ero pronta ad esperimenti letterari come in “Pigmeo”. Ho quasi apprezzato la parte del cane al vapore condito di barbiturici.
Qui però pari stanco, svogliato. Ripetitivo. Un pò come i riferimenti continui a Jane Eyre.
Segue il ritmo di un Harmony senza mai arrivare al succo. Il lettore non si immedesima nell’eroina, anche perchè ha talmente tanti disturbi comportamentali irrisolti e non dichiarati, che più che una dannata sembra un reparto intero di igiene mentale preadolescenziale.
E comunque è colpa dei genitori, schiavi della società americana, perquanto ex sessantottini. Per cui ancora più schiavi del sistema.

Per cui voto basso stavolta Chuck.
Ma tranquillo. Siamo  tutti pronti a darti una seconda chance in paradiso.