Stomaci forti: The Impossible

febbraio 11, 2013 in A.MOvie

The Impossible

Come si sa, la vita è fatta di scelte: potevo vedere Looper o potevo vedere The Impossible, ma venerdì sera scorso ho scelto di vedere il secondo, consapevole della gravosa preferenza tanto da portarmi una buona scorta di pacchetti di fazzoletti. Quindi vien da sé cominciare con la giusta frase introduttiva:

“La tragedia era nell’aria.”

Non solo prima della tragedia filmica, ma ancora prima di entrare in sala sapevo che questo film mi avrebbe dato non pochi problemi. Ma partiamo con una breve sinossi per capire di cosa sto parlando, per chi questo film ancora non l’ha visto e magari ha la curiosità di vederlo : The Impossible racconta le vicende di una famiglia e di migliaia di persone come loro che hanno avuto l’unica colpa di essere nel posto sbagliato nel giorno sbagliato. Lo tsunami del 26 dicembre 2004 non travolgerà solo loro, ma tante altre famiglie, in vacanza e autoctone, cambiando per sempre le loro vite. Quello che vediamo attraverso gli occhi di Henry, Maria, Lucas, Thomas e Simon, non è nient’altro che una goccia nell’oceano di disperazione portata dalle incontrastabili forze della natura.
Detto questo, passiamo ai dettagli. Il film già dal titolo promette molto, l’intento narrativo è dichiaratamente esplicito, ovvero “vi racconteremo l’impossibile”. Su questo non c’è dubbio, perché quando una famiglia va in vacanza di certo non si aspetta di essere travolta da uno tsunami. Eppure questo impossibile è dannatamente reale, in nessun momento del film viene il dubbio che ci sia qualcosa di troppo romanzato, anzi, in certi tratti s’intuisce che il regista abbia edulcorato per non sconvolgere del tutto lo spettatore. E per questo lo ringrazio molto. Juan Antonio Bayona ha diretto un film drammatico come se fosse un horror e il suo curriculum glielo permette (The Orphanage), ma soprattutto come dargli torto: una tragedia del genere la puoi descrivere solo così se vuoi che sia d’impatto sullo spettatore, perché lasci il segno. La musica e le inquadrature sono studiate apposta per creare inquietudine fin dal primo fotogramma e la tensione si allenta solamente nell’ultima mezz’ora del film.
Visto che ho parlato di tensione, voglio esprimere il mio disagio: volendo misurare il grado di inquietudine e mal de vivre durante la visione e all’uscita dalla sala cinematografica, sfoggio per l’occasione la mia personalissima scala di misura dell’angoscia, il famoso e collaudatissimo angosciometro. Il punteggio minimo corrisponde al valore  ”me la sciallo in tranzollanza”, mentre all’estremo più disperato svetta in un rosso neon il valore ”ANSIAH”. Espressa l’unità di misura e i suoi massimi e minimi, piazzo in pole position questo film con il mirabolante punteggio di is over 9000!, guadagnato senza mazzetta e tutto meritato a causa del disagio esistenziale procuratemi. Se credete che sia una persona dall’animo delicato, una ballerina di danza classica mancata, vorrei difendermi dicendo che ho intravisto una persona uscire sorretta da un’altra… Ad un quarto del film. Aggiungo inoltre di non aver mai sentito tutti insieme così tanti pacchetti di fazzoletti aprirsi per un singolo film. Una strage di make up epica, ho persino sentito piangere con vergogna qualche maschio, i quali cercavano di nascondersi dalla propria ragazza esclamando “No, è che mi entrata una bruschetta nell’occhio!“.

"Forse era meglio andare in montagna."

“Forse era meglio andare in montagna.”

The Impossible è un film ispirato da una storia vera e alla fine del film c’è una foto della famiglia protagonista della drammatica vicenda. Con quella ho capito un’amara verità, ovvero cosa significhi l’aggettivo “ispirato a”. Eh sì, la cara famiglia è mediterranea, spagnola, assolutamente e incontrovertibilmente mora. Il padre ha persino i baffi alla Magnum P.I. In effetti il film è proprio prodotto interamente dalla Spagna e il regista è spagnolo. Ora io capisco l’espressione artistica, comprendo le esigenze cinematografiche, intuisco le meccaniche del show business… Ma questo film sembrava ambientato nelle estati riccionesi degli anni ’70: mai visti così tanto biondume tutto assieme, non esistono occidentali mori, probabilmente saranno tutti andati in vacanza a Sharm El Sheikh a farsi mangiare dagli squali del Mar Rosso. Così tanti biondi con gli occhi azzurri non si contavano nemmeno ai tempi dell’imbianchino con i simpatici baffetti. La spiegazione è molto semplice: se vuoi distribuire con efficacia il film in tutto il mondo “occidentale”, devi rispettare uno stereotipo preciso e avere all’interno del cast attori di richiamo. La mia incredulità qui inizia e qui finisce, perché nonostante tutto sia Naomi Watts che Ewan McGregor funzionano molto bene sullo schermo. E non si fa fatica a credere che la prima sia stata nominata all’Oscar come migliore attrice protagonista per questo ruolo decisamente sofferto.

"Vi prego premiatemi!"

“Vi prego premiatemi!”

Ormai sono alla conclusione e credo di aver detto quasi tutto, però ci tengo a sottolineare la presenza di un’attrice: Geraldine Chaplin. Già comparsa in The Orphanage, Bayona decide di farle fare un bel cammeo anche in questo film. Che dire, come sempre perfetta, però una cosa mi viene da chiedere: ma quanti anni ha? Perchè Rita Levi Montalcini i suoi anni se li portava molto meglio di quanto se li porti lei: pareva appena tirata fuori dalla naftalina, con tanto di rito per evocare la sua anima dall’aldilà. Poi ci credo che lo stesso bambino nel film gli chiede gentilmente quanti anni abbia, probabilmente pensava di essere stato misteriosamente catapultato dalla Thailandia in Egitto assieme le mummie della Valle dei Re.
Cercando di tornare seria per una degna conclusione, questo film merita la visione: al cinema sicuramente vi farà più effetto che visto comodamente a casa propria, perché è proprio studiato per creare uno stato di claustrofobia ed ineluttabilità. Guardatelo perché merita, ma a vostro rischio e pericolo: c’è chi andrà in uno stato di ansia che lo seguirà fino a casa (c’è il tempo di fare amicizia e dargli un nome), c’è chi piangerà perché la storia della famiglia in questione è veramente drammatica. Di sicuro, alla fine dei fatti, penserete ai vostri cari e ringrazierete del fatto che a voi una cosa del genere non sia mai successa.

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